Hatfield and the North – Hatfield and the North


Canterbury Sound
HATFIELD AND THE NORTH – Hatfield and the North
[Virgin, 1974]Sul finire degli anni ’60 nasce una delle correnti musicali più mitizzate e rese oggetto di culto maniacale: il progressive rock. Il proliferare di questo genere è dovuto in un certo senso ad una volontà di riscatto culturale, rispetto alle banali canzonette degli anni passati. Se gli anni ’50 erano stati il decennio della musica per il corpo (Elvis il caso più eclatante) ed i ’60 gli anni della liberazione del corpo attraverso la mente, i ’70 tramite il progressive incarnano una volontà (paradossalmente tanto auto-referenziale quanto impregnata di elementi eterogenei) di crescita innanzitutto mentale.
Per poter rievocare un disco del passato, però, è necessario che tutti i lettori lo abbiano ascoltato almeno un paio di volte. Ora che l’avete fatto sappiamo tutti di cosa stiamo parlando, ovvero di un disco elegante, melodie e atmosfere soffuse, armonie calde e avvolgenti. Nella sua struttura asimmetrica ma ellittica, orbitante intorno ai due fuochi Son of “There’s No Place Like Homerton” e Shaving Is Boring, con i suoi crescendo silenziosi, l’album alterna momenti di manierismo canterburyano (Aigrette, Fol de Rol) ad altri di più ricercata sperimentazione sonora (l’opener The Stubbs Effect).
Il gruppo, formato da quattro cavalieri della scena di Canterbury (Sinclair, Miller, Pyle e Stewart, rispettivamente ex-membri di Caravan, Matching Mole, Egg e Gong), mantiene sempre un certo distacco emotivo e non si abbandona alla nostalgia di Caravan, Soft Machine etc., piuttosto il romanticismo si stempera in un atteggiamento classico e rigoroso, testimoniato dagli arrangiamenti raffinati (la wyattiana Calyx, Lobster In Cleavage Probe, fantastico il coro femminile iniziale) in perfetto bilanciamento con le aperture più hard (Gigantic Land Crabs In Earth Takeover Bid).
All’interno di un’estetica da mito tragico classico, gli Hatfield and the North si concedono il lusso di proporre citazioni passate (dal Peer Gynt di Grieg) e contemporanee (la bonus track Fitter Stoke Has A Bath ricalca Moon in June dei Soft Machine, echi di melodie Gong), in giochetti modernisti che rimandano alla patafisica dei primi Wyatt e Allen.
L’equilibrio però è troppo delicato per durare a lungo: dopo The Rotter’s Club (1975) il gruppo si scioglie. Stewart e Miller continuano con i National Health, ennesima band fotocopia della scena di Canterbury, con pochi (e sconnessi) spunti interessanti, gli altri si defilano fino all’eccentrica reunion del 1990 (con l’assente Stewart sostituito da Sophia Domancich).
In definitiva non un album particolarmente innovativo o rilevante come influenze sui posteri (di ben altra pesantezza Third, dei Soft Machine, e la trilogia dei Gong Radio Gnome Invisible), ma semplicemente bello e senza alcun momento di cedimento o banalità.

-carnera

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