Black Dice: alchimisti sonori


I modelled the way I approach to everything with the band watching the way Black Dice did it.”

Noah Lennox, Animal Collective

Tutto comincia nel 1997 a Providence, nel Rhode Island, dove 4 giovani ventenni mettono su un gruppo rock agitato che spazia fra hardcore e no-wave, Bjorn Copeland (chitarra), Hisham Bharoocha (batteria), Eric Copeland (voce) e Sebastian Blanck (basso) sono tutti prodotti farciti di grunge che diversamente dagli altri ragazzi di quel tempo hanno una strana attitudine alla sperimentazione. Niente di strano fino a qui ma poi si cresce, si va al college e si cambia città, l’aria fetida della grande mela fermenta dentro le teste e piano piano nei sottoborghi musicali di New York si comincia a parlare di un gruppo atipico, che sta sviluppando un suono strano e diverso. La forma della canzone svanisce per lasciare spazio a lunghi live set che si arricchiscono di pedali computer ed altri marchingegni elettronici adatti allo sbriciolamento e alla rielaborazione musicale, prende lentamente forma un magma sonoro che associa il noise più estremo alla tranquillità della ambient, i Black Dice sono una fucina che fonde dentro un calderone tutti gli strumenti e tutte le armonie per potersi finalmente liberare da regole o costrizioni. Dal 1998 al 2001 escono 5 Ep che uno dopo l’altro testimoniano il grande lavoro ed anche la grande crescita di un gruppo che in pochi anni è riuscito a creare una via alternativa alla solita elettronica sbriciolandone i confini, due fra i lavori in particolare spiccano per la grande qualità: #3 e Cold Hands. Il primo ancora orientato verso il rock, riassume tutti gli anni 90 stracolmi di feedback e allunga i tempi di composizione riuscendo a creare un continuo musicale che prende la forma della suite, il secondo è la rampa di lancio per le visioni malate e distorte di un collettivo che distrugge ogni certezza grazie ad un approccio rumoristico estremo e tanta fantasia. Nel 2002 arriva l’esordio sulla lunga distanza e della vecchia vena hardcore non c’è rimasto quasi niente, Beaches & Canyons è composto da 5 tracce, 60 minuti nei quali i quattro americani saccheggiano tutta la musica conosciuta inserendo loop, effetti elettronici e sample registrati in una inquietante cornice di ambient e noise che non sembra mai placarsi: tutto è frenetica danza, tutto sembra casuale e caotico in una specie di orgia senza capo né coda ma non è così, gli scultori sonori riescono a controllare e programmare ogni sfaccettatura così da poterne godere a pieno e questo mix letale si insinua velocemente nell’ orecchio distruggendone ogni sicurezza perchè anche la componente ritmica oramai è stata archiviata e rielaborata. Il disco viene riconosciuto da molti critici come base di un nuovo genere musicale e nel giro di poco escono altri due mini album che contengono esperimenti techno retrò  e collaborazioni prestigiose (Yamatsuka Eye  dei Boredoms remixa Endless Happiness), la band trova perfino il tempo per dedicarsi a progetti paralleli e in due anni escono due collaborazioni con Wolf Eyes. Il  secondo full-lenght della loro carriera esce nell’estate del 2004 e si intitola Creature Comforts, simile come struttura al precedente ha il grande merito di tracciare una linea di continuità fra le molte uscite precedenti e quelle successive, progettato per piacere dell’ascoltatore riesce a placare le furie elettroniche solo in parte anche grazie ad un innato ma efficace ordine di sottofondo che raddrizza ogni grinza e recupera ogni singolo rumore alla ricerca di nuove prospettive e nuovi sviluppi sempre all’insegna del caos. Un progetto solista all’orizzonte  incrina i pensieri del batterista Bharoocha e così consensualmente i ragazzi del Rhode Island si separano diventando ufficialmente un trio. Annullato il tour con gli Animal Collective per la promozione del mini-disco di split Wastered (i migliori si incontrano sempre) i tre si rimettono subito al lavoro perchè le idee sono tante e c’è da compensare la mancanza della batteria, diminuiscono al minimo gli strumenti e invadono il palco di pedali ed effetti di ogni genere cercando di raggiungere l’armonia sonora che avevano scacciato nei primi anni di carriera. La Dfa assiste le session infernali di registrazione con stupore e meraviglia, nel 2005 esce Broken Ear Record, un monolitico magma sonoro che inghiotte tutti e due gli album precedenti riuscendo ad intrecciarli e ottenendo così un suono che sbriciola ogni fondamenta ma riesce ad essere ascoltabile. Si perde la concezione sonora e anche la strada sulla quale si era inizia ad apparire confusa, i Black Dice masticano e risputano la cultura indie in un grande boccone che coinvolge i vecchi maestri del rumore frastornante, l’industrial, la kosmiche-music e perfino i ritmi tribali della Afrobeat, rivisitando tutte le  possibili sfaccettature di un elettronica mai traviata fino a questo punto ma che assume lentamente una forma più pop. Il tour mondiale e i leggendari live set non fanno che incrementare la loro fama di veri scultori sonori e dopo un Ep non molto riuscito (remix piuttosto scadenti) si preparano al cambio di etichetta abbandonando la Dfa per passare alla Paw Tracks degli amici Animal Collective.  Con questa licenziano due album, Load Blown nel 2007 e Repo nel 2009, che non sono lavori scadenti ma evidenziano una certa ripetitività, il primo è una sottospecie di continuo di materiale precedente ma conferma il cambio di direzione che vira verso sample e suoni meno caustici ed una forma canzone pop, il secondo è un vero e proprio flop che cerca di riproporre un passato selvaggio all’acqua di rose. Oramai l’arte ha preso il posto della musica e fra esposizioni visual, performance nei musei e mostre fotografiche i tre di Providence si fermano per tre anni.

Adesso sono tornati ed il caos regna di nuovo.

-w

David Lynch: Estetica del cattivo

Tutto comincia nel 1966 quando David Lynch si presenta come brillante studente dell’accademia di belle arti di Philadelphia producendo, tra il ‘66 e il ‘70, diversi cortometraggi. Tra questi troviamo Six Figures Getting Sick (pittura in movimento che si ripete ad anello) e The Grandmother (se avete mangiato pesante la visione è sconsigliata, ma contiene in nuce elementi del cinema lynchiano).
Nel 1971 abbiamo il primo lungometraggio: travagliato, pieno di intoppi, ma anche osannato dal regista Stanley Kubrick. Stiamo parlando di Eraserhead – black’n’white movie postindustriale (‘post-’ tutto in realtà) raffigurante una realtà di periferia asfittica fuori dal tempo, scandita da rumori di ferraglie e macchinari (in pratica costituiscono la colonna sonora).
Nel 1980 Lynch “fa il botto” grazie all’appoggio di Mel Brooks che, entusiasta di Eraserhead, propone il film biografico Elephant Man ispirato al caso di Joseph Merrick (uomo deforme, un ‘quasimodo brit’). Riceverà 8 nomination all’oscar e sarà la prima vera e propria opera in stile Lynch (e non alla maniera di Lynch).
Nel 1984 giràà il film fantascientifico Dune ispirato alla saga di Frank Herbert (direi che su questo film è meglio sorvolare: troppo lungo, pasticciato, rimaneggiato e involontariamente incomprensibile): un episodio infelice della sua carriera. Il commento a Dune di Jodorowsky pare sufficiente a descriverlo: “quel film è una vera merda!”. Nel 1986 iniziamo ad assistere alla lenta costruzione della metafisica lynchiana, del fondamento di ogni realtà che sta dietro l’apparenza quotidiana: Blue Velvet (1986). Protagonisti cult sono una martoriata Isabella Rossellini, una spaesata Laura Dern, un fusto- studentello Kyle McLachlan ed uno spietato e sboccato Dennis Hopper. Altro che cieli di carta che si strappano per rivelare il vero sfondo! Qui penetriamo nella vera terra che cela un brulichio di insetti e drones assordanti sotto i prati fioriti e i cieli assolati.
Il film verrà richiamato nella sua atmosfera dal “road movieStrade perdute (1997), dal “post- road-movie” Mullholand Drive (1999) e dal “post- movie” INLAND EMPIRE (2006). Questi ultimi due degni di nota: il primo possiede una sua struttura a doppio anello che si interseca in cui la fine rivela un inizio portando avanti un vero e proprio melange di normale e paranormale; il secondo un vero e proprio work in progress improvvisato con telecamere digitali dove dimensioni spazio-temporali si scambiano e confondono, andando oltre la dimensione filmica di inizio-svolgimento-fine; addirittura subentrano elementi ostici di difficile interpretazione della serie televisiva sperimentale Rabbits (2002): sitcom di coniglietti che dialogano in uno sterile salotto da provincia americana (uno dei marchi di fabbrica lynchiani).  Lo straniamento sembra essere l’ingrediente principale della povertà del passatempo senza scopo.
Il dubbio che porto dentro è il capire se quest’estraniazione ha un valore morale o meno. Personalmente ritengo che la messinscena sia il punto di partenza e d’arrivo del suo cinema d’autore: ciò che vi è nella superficie dell’immagine e dell’ascolto è ciò che conta – nulla di più e nulla di meno. Quello che si manifesta è la vera essenza del cinema: non è possibile uscire dal fotogramma, e nemmeno dai dialoghi poveri e insensati: è solo col dialogo che si ottiene il senso delle parole, ma l’ascolto non vi è. La provincia americana nella sua piatta inconsapevolezza non a caso è onnipresente nella produzione di David Lynch: una realtà fatta di assurdità, di dialoghi grotteschi, di uomini senza scrupoli, di atmosfere cupe ed austere.
Nel 1990 la serie televisiva Twin Peaks diventa culto, fenomeno di massa, tormentone. Ispirato al paese da cui prende il nome, Lynch porta avanti episodi delle indagini dell’agente dell’FBI Dale Cooper sull’omicidio di Laura Palmer facendo sorgere, in ogni puntata, diversi dubbi sulle identità ambigue degli abitanti e sul loro ruolo nel fatto accaduto. Ogni telespettatore si continuerà a chiedere “chi ha ucciso Laura Palmer?” – in toscana spopolarono le magliette con su scritto “m’importa una sega a me di chi ha ucciso Laura Palmer” – rimanendo deluso (volontà del regista è lasciare tutta la vicenda avvolta nel mistero senza svelare identità di assassini, o motivi di tale fatto).

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Da ricordare è la parentesi romantica e minimalista di Una storia vera (1999), un’odissea di un uomo anziano che per trovare il fratello malato deve attraversare diversi stati americani, usando come unico mezzo di locomozione un tagliaerba: la bontà emerge tra i vicini americani, tra i veterani delle famiglie, che si prodigano ad aiutare il protagonista. Tutto il film è costituito da incontri effimeri ma essenziali, sostanziali. Ricordo la mostra personale del regista nel 2007 alla triennale di Milano The Air is on Fire: era stato ricreato uno dei suoi giocosi e tranquilli salotti familiari, e al suo interno era appeso un quadro di quello stesso salotto. La realtà lynchiana infatti consiste nel suo autopenetrarsi per superarsi, nel suo autoritrarsi per estraniarsi. Questo è il cinema di Lynch: uno spaesamento continuo Do It Yourself ottenuto da uno qualsiasi dei parcheggi della provincia americana, o da uno qualsiasi dei suoi marciapiedi, o da uno qualsiasi dei suoi abitanti.
Ne approfitto per ricordare un dialogo avuto qualche mese fa con un amico su Elephant Man. Con il suo forte accento bresciano mi dice: “Ma ti rendi conto che film è? È su un mondo in cui la gente è cattiva, ma il gusto è bello!” Esatto, proprio così: la gente è malvagia, ma capisce le cose belle. Questo è il cinema di Lynch: c’è chi intuisce che dietro il mondo vi è qualcosa di oscuro, e per questo rimane spaesato lasciandosi trasportare dagli eventi; e c’è chi capisce che dietro il mondo vi è una zona da cui attingere il dominio degli altri, e per questo continua a dominare. Fateci caso: avete mai visto un buono nei film di Lynch che combatte o tenta di ostacolare i malvagi? O ci sono cattivi, o ci sono quelli che non sanno cosa fare. Il buio si alterna alla luce del sole da cartolina; la rabbia alla risata sardonica; l’ingenuità alla furberia e la ricchezza alla povertà. La famiglia si converte in istituzione e in coercizione portando la cattiveria in superficie e le invidie in elementi basilari di ogni rapporto.
Lynch ha scoperto la solitudine, la spaesatezza e la generosità della malvagità in modo da incrinarla in goffaggine, maleducazione e volgarità. La discesa nel cambiamento è sempre lenta, pacata, a telecamera fissa, a ritmi pazienti. Gli unici piani sequenza in cui si dilunga sono zoomate nel buio a passo di bradipo: lo spettatore ha tutto il tempo per interrogarsi su cosa lo aspetterà all’oscuro varco del ritorno nella solita realtà… ma sa che dopo aver passato la soglia avrà qualcosa in più.

Buona visione!

-gorot

Bob Dylan: Vite, morti e resurrezioni di Mr.Zimmermann

“È solo evoluzione. Cambiamo continuamente. Si usa la fantasia e si cambia”
Bob Dylan, gennaio 1968

Nascere e morire. E risorgere; per poi, scomparire e rinascere più tardi, come una fenice dalle ceneri di un mito di una generazione.
Non è facile morire e tornare in vita, cadere e rialzarsi, rinnovarsi senza perdere originalità, capire il momento in cui è giusto uscire di scena, per poi tornare quando è giunta l’ora di fare una nuova rivoluzione.

Robert Allen Zimmermann nasce il 24 maggio 1941 a Duluth (Minnesota); il piccolo Zushe ben Avraham (il suo nome in ebraico) è un ragazzo tranquillo, introverso, obbediente, incredibilmente comune. Da adolescente, come molti suoi coetanei (ma forse in modo più maniacale) adora e si ispira a James Dean, andando a vedere più e più volte Gioventù Bruciata, imparando a memoria le battute del film e cercando di imitare le movenze, le abitudini e il modo di parlare del Rebel without a cause.
Ad 11 anni si avvicina alla musica, iniziando a suonare il pianoforte e, qualche anno più tardi, una chitarra acustica. Nello stesso periodo, ascoltando le radio di Little Rock e di Chicago, scopre le canzoni di Hank Williams, Pete Seeger, John Lee Hooker, Howlin’ Wolf, Jimmy Reed, ma anche Elvis, Chuck Berry e Little Richard; inizia anche ad esibirsi in qualche piccolo gruppo locale con il nome di Zimbo.
Gli anni ‘50 stanno per finire e il vento di protesta che qualche anno più tardi avrebbe scosso milioni di coscienze si fa già sentire; proprio in questo periodo, Robert scopre Woody Guthrie, uno dei primi cantautori folk di protesta, e se ne innamora subito. Impara tutte le sue canzoni a memoria, legge la sua autobiografia Bound For Glory, inizia a vestirsi e a parlare come lui, adottando il linguaggio degli hobo e arrivando persino a farsi chiamare Woody.
Robert Allen Zimmermann muore il 21 dicembre 1960, lasciando Hibbing, alla ricerca di Guthrie, del Greenwich Village e del successo.
Qualche settimana più tardi, il 21 gennaio 1961, uno strano ragazzo arriva al Greenwich Village di New York, con una chitarra in spalla ed un’armonica appesa al collo; si fa chiamare Bob Dylan. Appena giunto in città, inizia a frequentare le coffee house, sopratutto il Gaslight e il Cafe Wha?, dove ogni sera si esibiscono cantanti folk come Dave van Ronk, Phil Ochs e Fred Neil; passano pochi giorni e il ventenne Bob è già sul palco a suonare, proponendo pezzi classici del folk americano e anche la sua prima vera composizione, Song To Woody. Grazie all’intensa vita culturale del Greenwich Village e a qualche piccola recensione (primo tra tutti l’onnipotente Robert Shelton), il nome di Dylan inizia a girare, generando la curiosità di produttori discografici; nell’autunno del 1961, Robert Hammond, direttore artistico della Columbia Records, mette sotto contratto Dylan, portandolo subito in studio per registrare il suo primo album.
Bob Dylan esce nel marzo del‘62 e contiene 11 cover e solo 2 pezzi originali, Talkin’ New York e Song To Woody. Il disco non riscuote grande successo e la consacrazione del menestrello di Duluth avviene solo l’anno successivo, quando, nel maggio del 1963, con l’uscita di Freewheelin’ Bob Dylan, nel quale troviamo capolavori come Blowin’ in the wind, Don’t think twice, it’s all right, Girl from the north country.
Dylan sembra abbracciare totalmente il movimento di protesta, diventandone un’icona e un portavoce; anche il lavoro successivo, The Times They Are a-Changin’, punta il dito contro la classe politica del tempo, auspicando un’imminente rivoluzione. Nel 1965, partecipa per la terza volta al festival che, due anni prima, lo aveva consacrato come simbolo della contestazione e voce di un’intera generazione: il Newport Folk Festival. Tuttavia, in quel 25 luglio 1965 succede qualcosa di eccezionale. Dylan sale sul palco, accompagnato da una band e imbracciando una chitarra elettrica, presentando un repertorio impostato su brani blues e rock’n’roll.

l’inizio della rottura con l’ortodossia folk e degli scontri con quella parte dei suoi fan che vedeva in lui l’erede di Arlo Guthrie o di Pete Seeger. Con il concerto al Newport Folk Festival del 1965, Bob si toglie le vesta da simbolo di quella protesta che lo aveva reso famoso (e che forse lui non aveva mai abbracciato fino in fondo), per intraprendere strade nuove, strade elettrificate, strade che lo porteranno a girare il mondo, con il World Tour del 1966.
Highway 61 Revisited diventa quindi simbolo di questo cambio di rotta, con il blues-rock di Tombstone Blues e il violento impeto con cui Like a Rolling Stone travolge l’ascoltatore. Di questo periodo è anche Blonde on Blonde, altra pietra miliare della storia della musica, che proprone brani eterni come Vision of Johanna, I Want You, Just Like A Woman.
Con l’allontanamento (in realtà solo parziale) dal mondo folk, i fan di Dylan aumentano incredibilmente; ovunque vada è seguito da una centinaia di fotografi e giornalisti, giovani supplicanti per un autografo e qualche appassionato di folk venuto per rinfacciargli il tradimento. Il rapporto con il pubblico non può che progressivamente peggiorare; il cantautore sul palco è sempre infastidito, non saluta il pubblico, non concede foto o autografi e il clima diventa sempre più pesante. Ancora una volta le cose stanno per cambiare. Il pomeriggio del 29 luglio 1966, Dylan ha un brutto incidente in moto, che lo costringe a casa per molto tempo; continua ad incidere dischi (escono in questo periodo John Wesley Harding e Nashville Skyline) ma per quasi 2 anni non compare in pubblico. Ricompare alla Carnegie Hall il 20 gennaio 1968 per il concerto in memoria di Woody Guthrie (scomparso nell’ottobre del 1967) e l’anno successivo al Festival dell’Isola di Wight, il 31 agosto 1969. Nel gennaio del 1974 ha inizio il Bob Dylan and The Band Tour of North America, ossia il vero ritorno del cantautore; come molti critici sostengono, l’incidente in moto non è stato altro che un’occasione per scappare dalle pressioni che lo affliggevano, per staccare la spina e tornare nel momento giusto.
Il personaggio che si presenta sul palco il 3 gennaio del ‘74 è chiaramente diverso da quel venticinquenne che aveva litigato con il pubblico della Free Trade Hall di Manchester 8 anni prima. Al Festival dell’Isola di Wight, si era dimostrato impacciato, diffidente, non più abituato al contatto con il pubblico; ora, invece, Dylan è equilibrato, misurato, riesce a mostrarsi rinnovato, senza però aver dimenticato il percorso fatto, “Ci vuole un bell’equilibrio per rimanere in contatto con qualcosa, una volta che l’hai creato”, disse poco dopo Dylan. Questa ricetta funziona e i concerti riscuotono successo, sia da parte del pubblico, sia da parte della critica (Rolling Stones in primis).
Il ritorno del menestrello (se ancora si può definire così) viene celebrato anche con l’uscita di Before The Flood; 21 tracce, in cui si può ascoltare un Dylan fresco, energico, rinnovato. Quasi contemporaneamente esce Blood On The Tracks, album studio che con Tangled Up In Blue, Simple Twist Of Fate e Buckets of Rain ci fa capire che Bob non ha ancora posato la penna ed ha ancora molto da raccontare.
Intorno alla metà dei ‘70 si avvicina alla fede cristiana evangelica e inizia a studiare approfonditamente la Bibbia; questo periodo, che durerà fino ai primi anni ‘80, è comunemente riconosciuto come la fase cristiana di Dylan; tuttavia, per quanto rinnovato spiritualmente, Dylan incide un mediocre Slow Train Coming e due dei peggiori album della sua carriera, Saved e Shot of Love, tutti con tematiche chiaramente evangeliche.
Il ritorno alla normalità si ha nel 1983, con Infidels, nel quale sembra ritrovare il lume della ragione; seguiranno poi Empire Burlesque, l’imponente raccolta Biograph e infelici uscite come Knocked Out Loaded e Down In The Groove. La fine degli anni ’80 lo trova a lavoro con Oh Mercy, che insieme a Good As I Been To You e Time Out Of Mind, è uno dei suoi migliori lavori degli ultimi venti anni.
Il 7 giugno 1988 inizia il Never Ending Tour, che dopo più di 2000 concerti senza interruzioni non accenna a fermarsi e ancora oggi porta in giro per il mondo l’appena settantenne Dylan, che continua a raccontare storie, armato di chitarra ed armonica.

Tanti auguri, Bob.

-fragor

The noblest beast: Andrew Bird

Andrew Bird, violinista, chitarrista, mandolinista, paroliere ed eccelso fischiettatore di Chicago, iniziò a suonare lo strumento che lo ha affiancato durante tutta la sua carriera all’età di quattro anni.
In realtà il suo primo violino era formato da una scatola di crackers con attaccato
un righello e la sua prima lezione del metodo Suzuki si risolse semplicemente con in inchino verso il maestro al quale subito seguì in ritorno a casa. Il musicista trascorse i suoi anni formativi imparando il repertorio classico completamente a orecchio, così quando arrivarono per lui l’adolescenza e il passaggio alla musica gitana ungherese, al jazz, al country blues e alla musica indiana questo non rappresentò per lui un gran problema.
È logico quindi che, nonostante la sua formazione classica, abbia scelto di suonare il violino secondo uno stile non convenzionale, accompagnandosi con la chitarra e alternatamente cantando e fischiando, conquistandosi così la fama di cantautore di talento.

Dall’inizio della sua carriera discografica Andrew Bird ha pubblicato tredici dischi: nove album registrati in studio, sia da solista che con il suo primo gruppo Andrew Bird’s Bowl of Fire e quattro album live. Anche se la sua voce è stata accostata a quella di Jeff Buckley, Thom Yorke e Rufus Wainwright, come questi artisti egli presenta un’impostazione vocale unica e particolare. In lui essa è accompagnata da una soprannaturale capacità di fischiettare, che lo rende in grado di aggiungere nuove
sonorità inusuali, sonorità che sembrano uscite da un Theremin naturale. Ma è nei live che l’artista diventa un tutt’uno con la sua musica. In un primo momento questo legame è solo un’attrazione curiosa, un uomo che da solo genera una ricchezza sonora normalmente prodotta da un’intera orchestra. Ogni serata le partiture delle canzoni sono costruite con violino, chitarra, metallofono che si intrecciano come rami di un albero sul tronco delle sonorità elettroniche e ogni notte l’insieme delle canzoni assume una forma unica e continua; Andrew
Bird ricostruisce perfettamente la struttura di ogni canzone inserendola tenendo conto della performance nel suo complesso, ma allo stesso tempo si dedica anche all’improvvisazione.
La sua prima band, Andrew Bird’s Bowl of Fire, ha registrato tre album per la Rykodisc tra il 1998 e il 2001: le sonorità jazz di Thrills da inizi del XX secolo e i toni folk li resero subito musicalmente interessanti; Oh! The Grandeur stupì con i suoi toni scuri e il sound da ballata gitana e The Swimming Hour fuse rock e soul in un mix che trova precedenti nei Beatles e nei Talking Heads, nel folk europeo e nel country blues (The Onion).
Nel 2003 pubblicò da solista Weather Systems, pubblicato prima dalla Grimsey Records e successivamente ripreso dalla Righteous Babe in America e dalla Fargo in Europa.
I critici di Magnet lo definirono “haunting, pastoral, magical” a causa della profondità sonora dell’album, delle interessanti sfumature e dei temi esistenziali trattati nei testi. Andrew Bird inoltre ha pubblicato quattro album live: Fingerlings, Fingerlings 2, (avete
indovinato) Fingerlings 3 e Live In Montreal, che documentano i suoi ultimi anni on the
road attraverso varie interpretazioni di progetti work in progress, inediti, collaborazioni e versioni live delle canzoni registrate in studio.

Quando fu scelto Fingerlings 2 come album del mese Mojo affermò che “Bird is simply incredible live”. Armato di violino, chitarra elettrica, metallofono e campionatore, Bird riesce ad ottenere quella rara ed irresistibile miscela di spontaneità e precisione.
“Ogni notte,” dice Andrew, “sto riscrivendo tutte le mie canzoni per il pubblico”. Il disco del 2005 del polistrumentista, The Mysterious Production of Eggs, ha rappresentato per lui una grande svolta sia commercialmente che artisticamente, con le numerose lodi ricevute grazie alla varietà delle fonti e un drammatico aumento della partecipazione alle sue performance dal vivo, rendendo le previsioni del London Independent una realtà : “Bird could do for independent American music what Tarantino did for American cinema”.

Quattro anni dopo uscì Noble Beast, album composto da 14 brani registrati principalmente alla Beech House di Nashville ed alcune registrazioni aggiuntive svolte in varie location tra Chicago e Minneapolis. Mentre Armchair Apocrypha era stato elegante e cavernoso, Noble Beast presenta sonorità più leggere, meno elaborate ma più autentiche.
Inoltre, mentre la musica di Bird si era sempre distinta per la propria unicità, intrecciando violino e fischi ai testi efficacissimi, con questo album si introduce un nuovo elemento nella produzione dell’artista: il mistero. L’ultimo album, Break It Youself è fresco fresco d’uscita e testimonia ancora una volta il talento e
l’espressività del polistrumentista. In questi anni ha impressionato i grandi pubblici dei festival di Bonnaroo, Lollapalooza, SXSW, Montreal Jazz Festival, Radio France, ed è comparso sulla BBC, nel “Morning Becomes Eclectic” della KCRW , e nel “World Cafe” e in “All Things Considered” di NPR. Tra le tante recensioni positive se ne annoverano su Magnet, Paste, The Onion, il Boston Globe, CMJ e PopMatters. Pitchfork lo descrive così: “I looked at my notes and next to ‘Skin Is, My,’ the only comment I had scrawled was ‘Wow!’ The same dumbfounded comment was chicken-scratched next to three other song titles. Fitting, as there’s no better word to describe Andrew Bird live”.

– zuma