Richard Rorty – L’ironia della contingenza (introduzione)

Circa duecento anni fa iniziò a prender piede in Europa l’idea che la verità fosse una costruzione e non una scoperta

Sarebbe stato difficile per il filosofo statunistense Richard Rorty, trovare una frase più significativa come incipit al suo lavoro più importante: Contingency, Irony and Solidarity (1966), tradotto in italiano con il titolo forse meno affascinante de La Filosofia dopo la Filosofia. Quest’opera si inserisce all’interno del pragmatismo, pensiero in contrasto con quello che molti considerano la base della cultura occidentale: il canone PlatonicoKantiano, che dipinge il mondo come un insieme di fatti che possono sottostare ad un’unica interpretazione, capace di unire e spiegare ogni elemento del creato tramite una struttura, un disegno. La metafisica, l’essenza delle cose, il concetto di verità e di necessita fanno parte di un retaggio culturale che in numerose correnti filosofiche contemporanee viene considerato alla stregua di una superstizione, una convenzione. O, nel migliore dei casi, uno dei vocabolari.
E’ proprio con queste considerazioni che Rorty porta avanti il suo lavoro. Egli considera ogni filosofia, ogni visione del mondo come un vocabolario a sé stante, composto da definizioni arbitrarie, ma che permettono di facilitare in qualche modo la nostra permanenza al mondo, dando la possibilità di comunicare, interpretare e “comprendere” attraverso i mezzi che ci offre. Durante ogni rivoluzione del pensiero umano due o più di questi vocabolari si scontrano. Il contrasto può durare molto tempo ma in fine uno prevale, diventando il nuovo modello. Ma i vocabolari, sistemi fissi di regole e definizioni hanno come fruitore l’individuo: mutabile, creativo, imperfetto. Individuo per cui risultano incomunicabili anche i concetti che tenta di esprimere ad altri che utilizzano le sue stesse parole.

Per il filosofo statunitense non esiste un vocabolario giusto o sbagliato. Ognuno di essi cerca di adempiere i precisi compiti per cui si è formato e diffuso. Risponde alle domande che esso stesso ha generato attraverso intrinseche contraddizioni linguistiche che si sono riversate nella cultura e nel modo di vivere.
Non ci sono problemi filosofici fondamentali. I problemi reali sono generati dal linguaggio che utilizziamo per guardarci dentro, intorno e per comunicare agli altri ciò che abbiamo visto.
Il pragmatismo per Rorty “è semplicemente l’antiessenzialismo applicato a nozioni come ‘verità’, ‘conoscenza’, ‘linguaggio’, ‘moralità‘”, una dottrina in cui si riconosce il carattere contingente dei nostri punti di partenza e l’impossibilità di uscire dagli schemi adottati dalla discussione interna alla comunità umana. Considera come funzione fondamentale dell’intelletto quello di consentire una efficace azione sulla realtà attraverso il modo in cui la si vede/comprende.
Rorty offre un vocabolario in cui la parola chiave è “ironia”, ma non è ancora il momento di entrare nello specifico di questo termine.
Per avvicinarsi di più a questa visione del mondo ed entrare nel vivo del pensiero rortyano è necessario chiamare in appello molti altri elementi: dal nichilismo alla Meccanica Quantistica, dai mantra a Proust.
Lo faremo nel prossimo numero.

-eightand

BURIAL Kindred EP [Hyperdub, 2012]


Difficile dire dove le peregrinazioni sonore stiano portando Burial dopo il successo di Untrue (2007), specie se la materia da maneggiare è – come la musica del producer londinese – di per sé fumosa e difficilmente etichettabile. L’impressione è che il nostro abbia spinto la sua personalissima ricerca ancora più in profondità, nei meandri più oscuri della dubstep; beat e melodie sono state in parte semplificate, eppure i suoni si combinano tra di loro confusamente, l’atmosfera si fa più enigmatica e una nebbia noise in sottofondo rende i contorni meno nitidi. Delle poche certezze che ci dà l’EP, una è sicuramente quella della grandezza di Kindred, che apre il lavoro sviluppandone da subito gli umori più sinistri e cupi: le voci campionate e i ritmi incessanti tolgono ogni punto di riferimento all’ascoltatore, che vaga spaesato come se si trovasse nella Los Angeles distopica di Blade Runner, ipnotizzato dall’insieme di mormorii che gli risuonano in testa, lasciato a se stesso nell’occhio dell’uragano. Un gran pezzo, che si avvicina al sound caratteristico del musicista di casa Hyperdub, a differenza di Loner che, col suo incedere deciso della cassa e degli arpeggi di synth alla Fuck Buttons, allarga gli orizzonti sonori fino ad abbracciare certe movenze house tipicamente UK. Gli unici momenti di stanca si avvertono solo durante alcuni passaggi della conclusiva Ashtray Wasp, la traccia meno organica del lotto, nella quale Burial prova a trovare un compromesso tra la componente dancey e quella più meditativa già apprezzate negli altri due episodi. Ciò non preclude il sentimento di stupore/smarrimento, che si rinnova costantemente durante tutta la durata di Kindred EP e che ci spinge ad ascoltare e riascoltare le tre tracce tentando di dare un ordine alle continue suggestioni. Pieni di incertezze, aspettiamo l’uscita di un futuro full-lenght che ci consegni un Burial a questi livelli, pronti nuovamente a perderci in un mare fatto di punti interrogativi.

zorba

Elle a chaud au cul, alias la Gioconda baffuta

A mio avviso sono molti coloro che sognano di apporre sull’icona stessa dell’arte la propria firma con uno scarabocchio, un bel paio di baffoni, magari. Ma, poiché la donna dal sorriso enigmatico di Leonardo è lontana migliaia di chilometri, diversi centimetri di plexiglass ed enormi folle di turisti giapponesi dai comuni mortali, è necessario limitarsi a dare una propria interpetrazione del famoso dipinto solo idealmente, nel caso proprio non se ne potesse fare a meno. Questa doveva essere l’idea originale del capofila del gruppo dadaista ed eccezionale sperimentatore Duchamp, che nel 1919 dette vita alla più discussa ed irriverente delle reinterpretazioni della Gioconda. Il nome di quest’opera, che ha scandalizzato e divertito una grande quantità di critici di storia dell’arte di mezzo mondo, è composto da un gioco di suoni provocatorio: L.H.O.O.Q., il suono delle quali lettere, se lette in sequenza in lingua francese, restituiscono la frase “Elle a chaud au cul“, tradotta “Lei ha caldo al culo“. Il titolo è però soltanto un assaggio della vera provocazione:  Duchamp dipinge infatti la Monna Lisa dotata di baffi. Con questo gesto l’autore non vuole sfregiare un capolavoro, ma semplicemente contestare la venerazione che gli è tributata passivamente dall’opinione comune. Speculari in questo senso si possono considerare altri interventi dell’artista francese, come l’esposizione di una ruota di bicicletta o del famoso orinatoio (con tanto di firma) in musei e gallerie d’arte. Egli dà quindi valore estetico ad oggetti che la società moderna considera solo utilitari e contemporaneamente mette in dubbio l'”artisticità” di un capolavoro indiscusso come il quadro di Leonardo per stimolare il pubblico a maturare una propria opinione artistica. La critica ha però solo recente sottolineato le valenze più sostanziali della personalità di Marcel Duchamp. A lungo infatti si è pensato che il fulcro della ricerca duchampiana fosse il non-sense; che l’artista intendesse rifuggire da ogni ulteriore significato a parte forse la riflessione sull’arte stessa e i suoi modi e fini, ma evidentemente questa tesi non è più sostenibile. Interessante è che, al di là dell’evidente messaggio di invito di una comune rilettura dell’opera, svincolata dalla troppo frequente imposizione culturale che la vuole sola ed incontrastata icona dell’arte rinascimentale italiana, si possono ritrovare in L.H.O.O.Q. altri contenuti che si riferiscono ad alcune ipotesi di Duchamp. L’autore vede infatti la Gioconda di Leonardo come un’androgina unione di componenti maschili e femminili, un’unione dei contrari, figura simbolica ricorrente nei trattati alchemici e in altri suoi lavori. Tale considerazione la ricollega alla precedente opera Fontana, firmata R. Mutt. Mut infatti è il nome di una divinità egizia madre di tutti gli esseri umani in virtù della capacità di generare autonomamente, grazie alla particolarità di essere dotata sia di attributi maschili che di attributi femminili.

– Zuma