Richard Rorty – L’ironia della contingenza (introduzione)

Circa duecento anni fa iniziò a prender piede in Europa l’idea che la verità fosse una costruzione e non una scoperta

Sarebbe stato difficile per il filosofo statunistense Richard Rorty, trovare una frase più significativa come incipit al suo lavoro più importante: Contingency, Irony and Solidarity (1966), tradotto in italiano con il titolo forse meno affascinante de La Filosofia dopo la Filosofia. Quest’opera si inserisce all’interno del pragmatismo, pensiero in contrasto con quello che molti considerano la base della cultura occidentale: il canone PlatonicoKantiano, che dipinge il mondo come un insieme di fatti che possono sottostare ad un’unica interpretazione, capace di unire e spiegare ogni elemento del creato tramite una struttura, un disegno. La metafisica, l’essenza delle cose, il concetto di verità e di necessita fanno parte di un retaggio culturale che in numerose correnti filosofiche contemporanee viene considerato alla stregua di una superstizione, una convenzione. O, nel migliore dei casi, uno dei vocabolari.
E’ proprio con queste considerazioni che Rorty porta avanti il suo lavoro. Egli considera ogni filosofia, ogni visione del mondo come un vocabolario a sé stante, composto da definizioni arbitrarie, ma che permettono di facilitare in qualche modo la nostra permanenza al mondo, dando la possibilità di comunicare, interpretare e “comprendere” attraverso i mezzi che ci offre. Durante ogni rivoluzione del pensiero umano due o più di questi vocabolari si scontrano. Il contrasto può durare molto tempo ma in fine uno prevale, diventando il nuovo modello. Ma i vocabolari, sistemi fissi di regole e definizioni hanno come fruitore l’individuo: mutabile, creativo, imperfetto. Individuo per cui risultano incomunicabili anche i concetti che tenta di esprimere ad altri che utilizzano le sue stesse parole.

Per il filosofo statunitense non esiste un vocabolario giusto o sbagliato. Ognuno di essi cerca di adempiere i precisi compiti per cui si è formato e diffuso. Risponde alle domande che esso stesso ha generato attraverso intrinseche contraddizioni linguistiche che si sono riversate nella cultura e nel modo di vivere.
Non ci sono problemi filosofici fondamentali. I problemi reali sono generati dal linguaggio che utilizziamo per guardarci dentro, intorno e per comunicare agli altri ciò che abbiamo visto.
Il pragmatismo per Rorty “è semplicemente l’antiessenzialismo applicato a nozioni come ‘verità’, ‘conoscenza’, ‘linguaggio’, ‘moralità‘”, una dottrina in cui si riconosce il carattere contingente dei nostri punti di partenza e l’impossibilità di uscire dagli schemi adottati dalla discussione interna alla comunità umana. Considera come funzione fondamentale dell’intelletto quello di consentire una efficace azione sulla realtà attraverso il modo in cui la si vede/comprende.
Rorty offre un vocabolario in cui la parola chiave è “ironia”, ma non è ancora il momento di entrare nello specifico di questo termine.
Per avvicinarsi di più a questa visione del mondo ed entrare nel vivo del pensiero rortyano è necessario chiamare in appello molti altri elementi: dal nichilismo alla Meccanica Quantistica, dai mantra a Proust.
Lo faremo nel prossimo numero.

-eightand

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Dialogo con Clet Abraham

E’ difficile che non vi siate mai imbattuti, vagando nel centro di Bologna, Milano, Torino, Firenze, Londra, Parigi o Madrid, in qualche cartello stradale un po’ strano. Segnali di “strada senza uscita” che diventano una croce ai cui piedi una pietà michelangiolesca prende forma dalle figure antropomorfe che vediamo spesso sui nostri cartelli. Omini che si portano via la barra bianca del divieto d’accesso e reinterpretazioni dell’uomo vitruviano. Tutto porta la firma di Clet Abraham, artista bretone trasferitosi a Firenze, dove si trova il suo studio, a pochi passi dal Ponte Vecchio.
Lavorava già come artista prima di scegliere di uscire in strada. Questo, insieme al particolare modo di intendere il suo lavoro, spiega perchè Clet è uno dei pochi street artist che lavorano a volto scoperto. Ma l’intento di Clet è diverso da quello dei “colleghi”: tenta di rimanere tanto vicino alla street art quanto lontano dal vandalismo. I suoi adesivi infatti si possono staccare. Un vandalismo politically correct.
E’ figlio dello scrittore Jean-Pierre Abraham, la cui storia sembra essere il soggetto di un romanzo ottocentesco. Jean-Pierre, appena ventitreenne, per agevolare il suo lavoro di scrittore, accettò l’incarico di guardiano del faro di Ar Men, all’estremità della Chaussée de Sein, la punta della Bretagna. Uno dei fari più estremi del mondo a causa del suo carattere isolato e le enormi difficoltà di costruzione e manutenzione da parte del personale.
“Armen” è l’opera partorita durante quegli anni (1959-1963), il suo lavoro più importante. Dal testo è stato tratto nel 2004 un adattamento teatrale curato da Éric Ruf, attore e scenografo della Comédie-Française.
E’ proprio dal faro di Ar Men che in qualche modo inizia la storia di Clet:

“Fu costruito su una roccia che appare solo una o due volte l’anno, quando le maree sono molto basse. Vennero impiegati molti anni per posare le prime pietre.
Lì mio padre conobbe mia madre. In realtà sul faro non è mai salita una donna. Entrare sul faro era una esperienza che riguardava solo i guardiani. Ci fu però una occasione in cui il faro vide visite dall’esterno: un gruppo di giornalisti vi arrivò per girare un reportage e filmarono anche mio padre. Mia madre, che a quell’epoca abitava a Parigi, lo vide alla televisione. Gli scrisse e così si sono conosciuti.”

La vocazione artistica ed il modo di vivere di tuo padre quanto hanno influenzato il tuo percorso?

Sicuramente avendo avuto un padre così, con cui ho vissuto poi per qualche anno su un’isola deserta (l’isola di Penfret, nell’arcipelago delle Glénan, Bretagna, dove Jean-Pierre fu guardiano dal ’68 al ’70. ndr), ha contribuito a imprimere in me l’amore per la libertà.
Il percorso artistico non puoi anticiparlo. Io seguo delle intuizioni, delle sensazioni, ed una molto forte è proprio questa necessità di libertà. Può essere una chiave di lettura del mio percorso di vita. Nell’arte si può trovare un po’ di questo spazio libero. A dei prezzi altissimi, è chiaro.

Uno spazio così importante da dover essere “rubato” se necessario, come quella volta che hai appeso di nascosto un tuo autoritratto nel museo di Palazzo Vecchio.

E’ una critica alla chiusura dei musei, l’arte non è per me un oggetto da staccare così tanto dalla realtà quotidiana, io vorrei un’arte più dissacrante, in cui si toglie la cornice, il piedistallo ed ognuno deve giudicare se è arte, nudamente.
Il museo deve essere un posto vivo, un posto dinamico.

Come la strada. infatti hai portato i tuoi lavori soprattutto in strada, sui cartelli stradali che possiamo vedere in tante città in giro per l’Europa. In che modo è avvenuta la conversione da “artista canonico” a street artist?

La street art è un’altro strumento molto rappresentativo di libertà.
Per me in questo caso l’arte è un mezzo, non una finalità. E’ il mezzo che mi permette di arrivare alle cose che per me hanno un senso. La mia esistenza ha senso nel momento in cui mi sento di migliorare in qualche modo il mondo nel quale vivo. Cos’è “il meglio” può essere un argomento molto discutibile ma credo che dare libertà all’individuo e spazio alla libertà di pensiero si possa considerare “meglio”. Di sicuro il meglio non è l’ordine. L’uomo è fatto di ordine quanto di disordine. Quindi al limite è l’armonia. Questi sono gli elementi intorno a cui lavoro.

-eightand

PISTOIA DIALOGHI SULL’UOMO 2012: un viaggio nell’antropologia inseguendo il dono

La rassegna Pistoia Dialoghi sull’Uomo è giunta alla sua terza edizione (25/26/27 maggio), dopo le due fortunate precedenti, che hanno visto relatori di caratura internazionale come Emanuele Severino, Gustavo Zagrebelsky, Olivier Roy, Amartya Sen, Jean-Loup Amselle, Virgilio Sieni e Stefanie Krauss. Il tema su cui discuteranno i relatori di quest’anno è il dono. Tema carissimo agli antropologi ed etnologi. Il più celebre saggio sull’argomento è sicuramente quello di Marcel Mauss, Il Saggio Sul Dono. Il saggio apparve tra il 1923 e il 1924 e da quel momento diventò una pietra miliare degli studi sull’uomo, sullo scambio reciproco, sul dono tripartito in dare, ricevere e ricambiare, concetti basilari, ma fondamentali per il concetto di “fatto sociale totale”. Secondo il saggio di Mauss però, lo scambio non è limitato al solo circolo degli oggetti, ma si apre anche allo spirito, quello di colui che fa il dono, che circola, emigra verso il beneficiario. Si crea così una sorta di geometria fluida che lega i due protagonisti dello scambio in un rapporto potente, invisibile ma solido, una legatura che va ben al di là dello scambio economico. Per Godbout, terreno più fertile per l’ osservazione è il “legame familiare”. Nel rapporto che si crea tra i familiari è più chiara l’assenza del valore mercantile dello scambio e anche di una reciprocità che sia doverosa e obbligata. Magari si avverte il peso, la potenza di una cosa che ci è donata, ma tutto ciò non ci fa sentire in debito. Anche Jacques Derrida si concentra sul tema del dono. In Donare il tempo, ciò che cerca di fare il filosofo francese è dimostrare che se il dono è possibile, andrà inteso come una rottura, una deviazione di quella che è a circolarità economica, e del senso di debito. Lavora anche sui tre concetti basilari di Mauss, dicendo che, restando intaccato a queste tre prospettive, il dono diviene altro, diviene un’azione che non si distacca dal debito. Se un dono viene fatto perchè spinti da un obbligo, non si avvicina neanche al vero senso del gesto, che in quanto tale è scardinamento di ogni codice acquisito e consolidato, è una sorpresa, un evento di novità, di stupore. Donare vuol dire ricevere ciò che non mi aspetto, è una cosa che, per definizione, non posso né prevedere né valutare, ciò che sconvolge i miei sistemi, ciò che riesce ad introdurre in me una novità, una cosa che non ho.

Daniel Pennac parteciperà all’edizione 2012 dell’evento insieme a Stefano Benni

Allora è necessario una correzione sulla definizione del donare, che non è più un mero scambio di oggetti, ma un fiume che porta nel suo letto i sentimenti e i rapporti sociali. Tema, questo del dono, che ha trovato terreno fertile anche in Italia con le ricerche etno-antropologiche di De Martino che si concentra non sulle popolazioni primitive, come faceva Mauss, ma si spinge fino alla periferia dell’Italia, in luoghi come la Lucania, terra di magia e riti. Un tema che si presta quindi a mille diverse elucubrazioni, che può accogliere in sé le più svariate teorie, vasto e non tutto ancora conosciuto. Ecco perchè tra i relatori ci saranno persone provenienti dai più vari campi d’indagine, per cercare di far quadrare un cerchio formato da moltissimi punti. Quindi, quello che cerco di fare con questo piccolo elenco della spesa, è una piccola (modestissima) linea che tratteggi un possibile itinerario da affrontare, una possibile scelta degli eventi a cui partecipare, dei relatori da sentire per districarsi tra i molti eventi. L’apertura è affidata a Luigi Zoja, psicoanalista, che parlerà di un volere intrinseco dentro di noi, quello di volere che una parte del nostro lavoro, del nostro sforzo sia destinato agli altri. La sua relazione verterà sull’incrocio che c’è tra questo rapporto e lo stato, che noi sentiamo più come obbligo che come dono. Come dice il suo comunicato “Una riflessione sulle varie forme del contributo sociale”.

Marco Aime, antropologo italiano, terrà la conferenza a Pistoia Dialoghi sull’Uomo il 25 Maggio 2012

Ciò di cui parlerà l’antropologo Marco Aime è in stretto rapporto con quel saggio, ricordato poco più sopra, di Mauss, un viaggio, una linea che lega le ricerche antropologiche in paesi estremi di Mauss alla società del computer di oggi. Sul dono tripartito, incontro utile, vista anche la colloquialità di Aime, per capire, davvero, di cosa si parla. La serata è all’insegna dell’incontro con Stefano Bartezzaghi e Anna Bonaiuto, il primo enigmista e conoscitore del linguaggio, l’altra attrice teatrale con grandi collaborazioni nel curriculum.

L’incontro si snoderà tra i giochi enigmistici di Bartezzaghi (mai banali e sempre pronti ad insegnare) e le letture profonde delle Bonaiuto. Il sabato si apre con il filosofo Salvatore Natoli, che parlerà del concetto di gratuità del dono. Se la gratuità di un dono è utile, l’utile allora non contraddice la gratuità; su questa piccola dialettica si svolgerà il dibattito. L’incontro con Salvatore Settis sarà sul dono che facciamo, faremo e dovremo sempre fare a quelli che calpesteranno questa terra dopo i noi. Il bonum commune, il bene comune, nel quale dobbiamo annoverare la tutela dell’ambiente. Autore di Italia Spa, l’incontro con Settis sarà sicuramente molto stimolante, per il rapporto che instaurerà con il vivere contemporaneo, le sue tendenze e i suoi (molti) errori. Con Enzo bianchi il discorso si sposterà sul dono dell’ospitalità, caro alla comunità monastica di Bose, ospitalità è dono verso coloro che ci vengono portati dal caso, dagli accadimenti. Con Daniel Pennac e Stefano Benni, il festival giunge ad uno dei suoi incontri più importanti, con i due scrittori che parleranno del dono della scrittura. E chi meglio di loro, chi meglio di Pennac, che ha fatto del dono il modo di vivere la letteratura, del dono la sua professione (professore in una scuola); il libro che si erge come tramite tra lo scrittore e i suoi lettori, qual elemento di interconnessione girardiano, tramite del triangolo di scambio. La domenica vive dell’incontro con il sociologo più autorevole a livello mondiale Zygmunt Bauman.

La sua relazione sarà una sorta di summa degli incontri precedenti, si chiederà se, nel mondo in cui ci troviamo, c’è ancora posto per quei sentimenti che ispirano il dono: la solidarietà batte le sofferenze?

-matmo

Attraverso gli occhi (a mandorla) di Haruki Murakami


Anni fa, il suo storico traduttore americano Jay Rubin ha pronunciato una frase ormai famosa. “Ho sempre avuto l’impressione che Murakami scrivesse per me.” Questo stesso sentimento, condiviso da milioni di lettori, si rinnova all’uscita di 1Q84. L’ultimo lavoro dello scrittore giapponese è uscito in Italia per Enaudi ed ha la solita, confortante mole che si aggira intorno alle ottocento pagine. L’opera originale è stata pubblicata in tre parti distinte e vuole essere un omaggio a 1984. Perché proprio Orwell? Domanda legittima che riceve da parte dell’autore una replica prevedibilmente insolita “Perchè è noioso”. Secondo il Murakami-pensiero questo è indubbiamente un complimento. Chiunque abbia letto un suo romanzo, un racconto o un’intervista, si è rassegnato al fatto di non poterlo più ignorare. Odiarlo e criticarlo visceralmente sì, ma certo non è possibile rimanere indifferenti davanti al suo nuovo libro (bianchissimo) che ci guarda serafico dalle vetrine.

Viene spontaneo chiedersi da dove salti fuori un talento così incredibile. La risposta è in puro stile Murakami: dal nulla. A ventinove anni, di cui dieci trascorsi a gestire un jazz club nel centro di Tokyo, una palla lo colpì in testa ad una partita di baseball e lui, folgorato, ne trasse un racconto.

Ammetto che potrebbe avere il sapore di leggenda montata ad arte ma, se toccasse a voi essere intervistati dal New York Times, non raccontereste solo la verità e nient’altro?

Murakami ha vissuto quindi la sua giovinezza nel Giappone del dopo guerra, in un momento di confusione, di novità elettrizzante ed inesprimibile incertezza. Questa stessa atmosfera è alla base di ogni sua opera, dall’esordio con Ascolta la canzone nel vento, fino ad oggi. La sua carriera di scrittore è costellata di premi importanti e in trent’anni di attività ha regalato al mondo Norwegian Wood e Kafka sulla spiaggia, per citare due dei suoi lavori più famosi.

Nel presente dichiara di condurre una vita da impiegato di banca: lunghe ore alla scrivania, confinato nel suo ufficio, in una prigionia che tiene a definire “volontaria e felice”. Mangia sano, fa lunghe passeggiate e ama stirare, proprio così. Quindi il vero mistero riguardo a Murakami è: da dove nascono la magia, i sogni a occhi aperti e i fantasmi che popolano i suoi libri? In maniera quasi paradossale l’autore imputa tutto alla concentrazione. “Non puoi essere felice se non riesci a concentrarti. Non sono uno che pensa velocemente ma, una volta che mi applico a qualcosa, posso fare quello per anni, senza mai annoiarmi. Sono come una grossa teiera: ci vuole parecchio tempo perché l’acqua arrivi a ebollizione, poi però rimane calda per molto tempo.

Sappiamo che sta nascondendo qualcosa ma, se c’è qualcuno che concentrandosi può vedere due lune brillare nel cielo di Tokyo e magari vincere un Nobel, quello è Murakami.

– comyn

Viaggio intorno ad Elsa Morante

Il 18 agosto di questo anno, Elsa Morante avrebbe compiuto 100 anni. Se la portò via invece nel 1985 un infarto, culmine di tanti problemi, fisici e non solo, che la accompagnarono per tutta la vita. Ma cosa sarebbero stati per lei 100 anni? “Uno scandalo che dura diecimila anni”, questo era il sottotitolo del suo romanzo del 1974, riferito a la Storia, nome anche del romanzo. Ebbene, alla luce di questo sottotitolo, si può procedere ad un’analisi del tempo e del suo intricarsi attorno alle vite umane, di questo meccanismo che nacque nella mente della scrittrice. L’opera parla degli anni tra il 1941 e il 1947 (con un’appendice posteriore) e di una famiglia sconvolta dalla guerra e dalla miseria. Il tempo delle azioni quotidiane e dello scorrere dei giorni però, paradossalmente, non ha grande importanza. A dare una scansione all’interno del romanzo sono dei grandi passaggi narrativi, degli annuari degli avvenimenti della Storia collettiva su cui si arrampicano le vicende dei protagonisti. Per quanto riguarda la trama, è un romanzo sull’infanzia, permeato di sogni: i reali protagonisti sono la madre, Ida, e suo figlio, Giuseppe; la sua infanzia, la sua precocità, il suo Grande Male. In generale si può dire che la Morante parte da una certa indagine, profonda ed estenuante, sulla condizione di Storia, creando una forte dialettica tra la Storia con la S maiuscola, la Storia collettiva e la storia, con la s minuscola, degli individui; come le onde del mare, immenso e sterminato, che scorrono su dei minuti sassi cambiandogli il posto, inghiottendoli, levigandoli, mentre esso prosegue nel suo ondeggiare, senza mutamenti. Quindi, si sofferma nell’atto creativo – chiari ed esemplari gli spunti autobiografici della storia, uno su tutti le sue origini ebraiche – nella formazione di un’esistenza isolata e singolare (lo ripeterà in altri suoi romanzi); collega questo misero destino individuale, fatto di povertà e sofferenza, a quello degli uomini. Infine torna, e conclude, in maniera ancor più disperata, su un universo famigliare simile a quello di partenza. Tutto questo procedimento, quasi scientifico per la sua precisione, è veicolato da uno stile avvolgente, che allude e allontana al tempo stesso, con un unico corollario: mantenere ben viva e evidenziata la dialettica che abbiamo espresso prima. E allora proprio qui sta la grandezza di questo romanzo e la sua attualità; in questa ricerca che ha sempre travolto gli intellettuali, uno su tutti Pasolini, che spostò le coordinate nella borgata e nei suoi abitanti. La lotta tra chi vive ogni giorno lottando e soffrendo mentre intorno esplodono i funghi delle bombe atomiche. E astraendo per un attimo le bombe, la seconda guerra mondiale, l’accanimento del destino nelle disgrazie famigliari, capiremo l’immensità di questo romanzo.

matmo

Incontro con Rabindranath Tagore: The Gardener

ImmagineAhi, la vita: ce l’hanno sempre chiamata fatica, dolore, triboli, o nel migliore dei casi fantasia, sogno, illusione. Sarà così dovunque? Sentiamo che non c’è nessuna questione più importante da risolvere, e noi non siamo tipi da lasciar cadere una domanda una volta fatta. Sciogliamo gli ostili ormeggi della nostra austera tradizione occidentale e salpiamo verso Oriente in cerca di una qualche civiltà dorata: il viaggio è denso di fatiche e pericoli, ma già alla vista dei primi scampoli di terra – una terra sconosciuta – rassicurante ci invade le narici il profumo dei gelsomini, frammisto all’acre odore dello zafferano. Gettiamo l’ancora su una spiaggia – ma forse, chissà, è la riva di un lago –; c’è un vecchio – ma potrebbe essere anche un giovane – ad aspettarci. Proprio lui si offre di accompagnarci attraverso questa nuova terra. Parla poco, ma ogni parola che dice suona arcana eppure essenziale ai nostri orecchi. Si meraviglia spesso di quel che diciamo, di quel che facciamo, di come lo facciamo: in questi momenti sorride, con l’aria di chi sa e capisce tutto di quel che è successo, di quel che è e di quel che ha ancora da accadere. Ogni tanto si ferma, intona una melodia sul suo flauto di canne, sorride, riparte. Per tutto il giorno ci conduce tra quelle che a noi sembrano solo piazze del mercato, umide alcove e ridenti radure. Sembra che per lui tutto ciò abbia un significato più intimo e profondo: quale sia, però, non ci è dato di saperlo. Trascorriamo la giornata in mezzo a uomini di cui non sappiamo assolutamente nulla; la nostra guida sembra conoscerli e intrattiene con loro piacevoli conversazioni di cui riusciamo a intendere solo un mormorio che ci ricorda quello dell’acqua quando struscia pigra sulle rocce. Presto – troppo presto – arriva il crepuscolo, e dopo il crepuscolo la notte: capiamo che per l’uomo è il momento dell’intimità e ci allontaniamo, desiderosi di carpire quante più informazioni possiamo su questo mondo. Ma senza il vecchio a guidarci, perdiamo l’orientamento: tutto sembra sfocarsi, e allo stesso tempo ritorna a galla il senso di costrizione che era costante nella nostra “vita precedente”. Scegliamo di stenderci e riposare: dopotutto – anche se il nostro spirito cerca di essere ben sveglio – il fisico è stanco. Subito – dormendo, o forse a occhi aperti – incominciamo a sognare come da gran tempo non ci succedeva: amori “semplici come canzoni”, rossori improvvisi, “vini di baci” pregiati, “continue stoccate” degli occhi, “poche ore fragranti” di vibrante immortalità, amori “sacri” proprio perchè non espressi; e ancora, convegni d’amore nelle notti di maggio, lune che scandagliano il mare, “sorrisi e timidezze, dolci inutili lotte”. È il vecchio stesso a svegliarci; quando ci decidiamo ad aprire gli occhi lo troviamo intento nella sua attività di giardiniere, che indugia sul solito sorriso serafico. Finalmente – e per la prima volta – ne capiamo il motivo.

-.samgah

L’ispirazione per l’articolo è tratta dalla raccolta poetica The Gardener di Rabindranath Tagore (1861 – 1941), poeta bengalese premio Nobel per la letteratura nel 1913. Si è voluto, con questa mezza pagina, non tanto recensire la raccolta, né celebrarla, quanto dare un assaggio dell’immaginario che la pervade. Quel genere di assaggio che (spero) riesce a stuzzicare a dovere l’appetito.

Pregiudizi dimensionali – Flatlandia di Edwin A. Abbott

Vi sarà di sicuro capitato di sentir parlare di del tutto privi della possibilità di percepire esistere una quarta dimensione, una quarta dimensione, tuttalpiù in qualche vecchia pellicola sci-fi.  Al di là della fantascienza, questa é una domanda importante e complessa, nella quale trovano un punto di polemica comune due delle caratteristiche più basilari dell’essere umano: la tendenza alla generalizzazione – espressa nella matematica – e quella alla trascendenza – espressa nelle religioni –. L’importanza, la delicatezza e la complessità della questione trovano un primo approdo letterario nel 1884, anno della pubblicazione a Londra di un libriccino di nome Flatlandia, a nome di A Square (letteralmente “Un quadrato”): a scriverlo in realtà é stato Edwin Abbott, teologo, insegnante e matematico “irregolare” e tuttavia intellettuale perfettamente inserito nel clima culturale dell’epoca. Anche Flatlandia prende parte – almeno superficialmente – al dibattito sugli iper-spazi (spazi con più di tre dimensioni), particolarmente diffuso nell’Inghilterra del tempo. La vicenda – giacché, oltre ad essere satira sociale, introduzione all’insegnamento della geometria iperspaziale, riflessione sul rapporto tra scienza e religione, Flatlandia nel suo centinaio di pagine fa in tempo ad essere anche romanzo – è narrata proprio da un quadrato, abitante di un mondo a due dimensioni in cui tutto ciò che gli spigolosi abitanti riescono a vedere sono linee rette più o meno luminose.
Gli abitanti di Flatlandia sono l’altezza, terza dimensione dello spazio euclideo, e non ne ammettono l’esistenza. Partendo da tali presupposti, Abbott si diverte prima a condurre una spietata e velata satira allegorica ai costumi dell’epoca Vittoriana (le donne di Flatlandia sono segregate in quanto dotate di un angolo estremamente aguzzo e quindi letali; la società è rigidamente organizzata in caste, al cui vertice stanno i cerchi e il cui fondo è occupato dalla moltitudine dei triangoli isosceli e, più sotto, dagli irregolari; la censura e la repressione nei confronti di chi provi a diffondere verità geometriche alternative sono violente e immediate); nel secondo libro, la visita di una sfera proveniente da Spaziolandia (il mondo degli esseri che riescono a percepire le tre dimensioni) eleva il nostro umile quadrato a più alte vette di conoscenza, svelandogli il mistero dell’altezza.
Il quadrato visita anche Linealandia (il mondo a una dimensione, il cui re può percepire e vedere solo un punto) e Puntolandia (abitata da un unico punto, incapace di concepire altro al di fuori di sé). Giunto a questo punto, il protagonista, galvanizzato, comprende ciò che neppure la Sfera aveva compreso: se esiste un mondo a zero dimensioni che ignora la prima dimensione, un mondo a una dimensione che ignora la seconda, un mondo a due dimensioni che ignora la terza; perché non dovrebbe esistere una quarta dimensione più elevata e più pura” la cui conoscenza non è possibile a coloro che vivono a Spaziolandia? Giunti a questa intuizione (e fatto il riferimento alla divinità e alla varietà delle religioni come manifestazione di una dimensione a noi estranea – la quarta dimensione, appunto – che ogni popolazione interpreta in modo diverso), Flatlandia si tinge di pessimismo: la Sfera si mostra arrogante e rifiuta le idee del quadrato; quest’ultimo, tornato a Flatlandia per catechizzare i suoi concittadini, viene incarcerato e incomincia progressivamente a perdere ogni sicurezza riguardo qualsivoglia verità dimensionale.

Ciò che rimane di tante mirabili scoperte, di tante speranze di progresso, è  “l’edificio privo di fondamenta di un sogno”: esso, tuttavia, può essere ancora utile per “ispirare una stirpe di ribelli indocili ai confini di una dimensionalita “limitata”. Proprio questa, forse, è la chiave di lettura più utile e apprezzabile dell’opera: criticando – da una parte e dall’altra – sia il materialismo scientifico sia chi ritiene di possedere verità di fede certe, Abbott innalza un inno di lode all’immaginazione, alla sua potenza e necessità in ogni campo dell’agire umano. Al di là di ogni sterile studio geometrico, al di là di ogni dogmatismo, al di là di ogni pregiudizio dimensionale.

– samgah