Black Dice: alchimisti sonori


I modelled the way I approach to everything with the band watching the way Black Dice did it.”

Noah Lennox, Animal Collective

Tutto comincia nel 1997 a Providence, nel Rhode Island, dove 4 giovani ventenni mettono su un gruppo rock agitato che spazia fra hardcore e no-wave, Bjorn Copeland (chitarra), Hisham Bharoocha (batteria), Eric Copeland (voce) e Sebastian Blanck (basso) sono tutti prodotti farciti di grunge che diversamente dagli altri ragazzi di quel tempo hanno una strana attitudine alla sperimentazione. Niente di strano fino a qui ma poi si cresce, si va al college e si cambia città, l’aria fetida della grande mela fermenta dentro le teste e piano piano nei sottoborghi musicali di New York si comincia a parlare di un gruppo atipico, che sta sviluppando un suono strano e diverso. La forma della canzone svanisce per lasciare spazio a lunghi live set che si arricchiscono di pedali computer ed altri marchingegni elettronici adatti allo sbriciolamento e alla rielaborazione musicale, prende lentamente forma un magma sonoro che associa il noise più estremo alla tranquillità della ambient, i Black Dice sono una fucina che fonde dentro un calderone tutti gli strumenti e tutte le armonie per potersi finalmente liberare da regole o costrizioni. Dal 1998 al 2001 escono 5 Ep che uno dopo l’altro testimoniano il grande lavoro ed anche la grande crescita di un gruppo che in pochi anni è riuscito a creare una via alternativa alla solita elettronica sbriciolandone i confini, due fra i lavori in particolare spiccano per la grande qualità: #3 e Cold Hands. Il primo ancora orientato verso il rock, riassume tutti gli anni 90 stracolmi di feedback e allunga i tempi di composizione riuscendo a creare un continuo musicale che prende la forma della suite, il secondo è la rampa di lancio per le visioni malate e distorte di un collettivo che distrugge ogni certezza grazie ad un approccio rumoristico estremo e tanta fantasia. Nel 2002 arriva l’esordio sulla lunga distanza e della vecchia vena hardcore non c’è rimasto quasi niente, Beaches & Canyons è composto da 5 tracce, 60 minuti nei quali i quattro americani saccheggiano tutta la musica conosciuta inserendo loop, effetti elettronici e sample registrati in una inquietante cornice di ambient e noise che non sembra mai placarsi: tutto è frenetica danza, tutto sembra casuale e caotico in una specie di orgia senza capo né coda ma non è così, gli scultori sonori riescono a controllare e programmare ogni sfaccettatura così da poterne godere a pieno e questo mix letale si insinua velocemente nell’ orecchio distruggendone ogni sicurezza perchè anche la componente ritmica oramai è stata archiviata e rielaborata. Il disco viene riconosciuto da molti critici come base di un nuovo genere musicale e nel giro di poco escono altri due mini album che contengono esperimenti techno retrò  e collaborazioni prestigiose (Yamatsuka Eye  dei Boredoms remixa Endless Happiness), la band trova perfino il tempo per dedicarsi a progetti paralleli e in due anni escono due collaborazioni con Wolf Eyes. Il  secondo full-lenght della loro carriera esce nell’estate del 2004 e si intitola Creature Comforts, simile come struttura al precedente ha il grande merito di tracciare una linea di continuità fra le molte uscite precedenti e quelle successive, progettato per piacere dell’ascoltatore riesce a placare le furie elettroniche solo in parte anche grazie ad un innato ma efficace ordine di sottofondo che raddrizza ogni grinza e recupera ogni singolo rumore alla ricerca di nuove prospettive e nuovi sviluppi sempre all’insegna del caos. Un progetto solista all’orizzonte  incrina i pensieri del batterista Bharoocha e così consensualmente i ragazzi del Rhode Island si separano diventando ufficialmente un trio. Annullato il tour con gli Animal Collective per la promozione del mini-disco di split Wastered (i migliori si incontrano sempre) i tre si rimettono subito al lavoro perchè le idee sono tante e c’è da compensare la mancanza della batteria, diminuiscono al minimo gli strumenti e invadono il palco di pedali ed effetti di ogni genere cercando di raggiungere l’armonia sonora che avevano scacciato nei primi anni di carriera. La Dfa assiste le session infernali di registrazione con stupore e meraviglia, nel 2005 esce Broken Ear Record, un monolitico magma sonoro che inghiotte tutti e due gli album precedenti riuscendo ad intrecciarli e ottenendo così un suono che sbriciola ogni fondamenta ma riesce ad essere ascoltabile. Si perde la concezione sonora e anche la strada sulla quale si era inizia ad apparire confusa, i Black Dice masticano e risputano la cultura indie in un grande boccone che coinvolge i vecchi maestri del rumore frastornante, l’industrial, la kosmiche-music e perfino i ritmi tribali della Afrobeat, rivisitando tutte le  possibili sfaccettature di un elettronica mai traviata fino a questo punto ma che assume lentamente una forma più pop. Il tour mondiale e i leggendari live set non fanno che incrementare la loro fama di veri scultori sonori e dopo un Ep non molto riuscito (remix piuttosto scadenti) si preparano al cambio di etichetta abbandonando la Dfa per passare alla Paw Tracks degli amici Animal Collective.  Con questa licenziano due album, Load Blown nel 2007 e Repo nel 2009, che non sono lavori scadenti ma evidenziano una certa ripetitività, il primo è una sottospecie di continuo di materiale precedente ma conferma il cambio di direzione che vira verso sample e suoni meno caustici ed una forma canzone pop, il secondo è un vero e proprio flop che cerca di riproporre un passato selvaggio all’acqua di rose. Oramai l’arte ha preso il posto della musica e fra esposizioni visual, performance nei musei e mostre fotografiche i tre di Providence si fermano per tre anni.

Adesso sono tornati ed il caos regna di nuovo.

-w

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